venerdì 30 ottobre 2015

TARQUINIO DETTO "IL PRISCO" (seconda parte)


IL NONNO GINO E LA LINA


Questo nome lo dovevo a mio padre e al suo grande amore per la storia. La mia famiglia, se così si può chiamare, non è mai stata del tipo tradizionale. Mio padre era un archeologo molto apprezzato, sempre in viaggio per lavoro, sempre impegnato in importanti imprese archeologiche all'estero. La mamma invece faceva la cameriera nella trattoria della Lina dall'età di quindici anni, da quando cioè aveva deciso di lasciare la scuola. Dopo il matrimonio avrebbe potuto smettere di lavorare, ma le spiaceva lasciare la Lina e poi quel lavoro riempiva le sue giornate che, altrimenti, con mio padre sempre lontano, sarebbero state tristi e vuote. La Lina era una donnona, tanto grande e grossa quanto dolce e gentile,più che una datrice di lavoro era come una madre per mia mamma che non aveva mai potuto godere dell'affetto materno, poiché mia nonna era morta subito dopo la sua nascita. Così era cresciuta col mio caro nonno Gino, un uomo che la morte della moglie aveva reso triste, malinconico e solitario. Era stato capo-reparto in una grande azienda tessile, il nonno. Tutti gli volevano bene per il suo carattere disponibile e la sua umanità. Aveva conosciuto la nonna quando faceva il soldato. Spesso mi raccontava che nei momenti di libera uscita andava in una latteria vicino alla caserma e, con la scusa di un buon cappuccino, faceva gli occhi da pesce lesso ad Anna, bellissima figlia della padrona. Co tempo anche la ragazza aveva cominciato a rispondere timidamente ai suoi sguardi e sorrisi. Il primo appuntamento arrivò dopo parecchio tempo e ci volle un po' a convincere la madre di Anna, diffidente verso chiunque corteggiasse sua figlia, a lasciarla uscire con lui. Fu un grande amore, si sposarono e dopo qualche anno di matrimonio Anna annunciò al marito che aspettava un bambino. Immediatamente il racconto del nonno si interrompeva a questo punto. Come da copione, si alzava dalla sua poltrona e mi offriva del gelato o dei biscotti, poi accendeva la televisione e mi invitava a guardarla con lui. Io ormai lo sapevo e, zitto, mi sedevo accanto a lui e cercavo di ignorare i suoi occhi lucidi. Da quando era in pensione il nonno badava a me mentre mamma lavorava. Viveva con noi e così trascorrevamo molto tempo insieme. La Domenica si andava a pescare e all'ora di pranzo o cena andavamo dalla Lina, che aveva riservato un tavolo tutto per noi. Non si era mai sposata la Lina e credo che la mamma, il nonno ed io eravamo ormai la sua famiglia. Che abile cuoca era! I suoi clienti abituali non vedevano l'ora di sedersi a gustare i suoi piatti. Un suo difetto era quello di non saper valutare la sua forza: così quando ti stringeva la mano quasi te la stritolava e quando mi abbracciava, quasi mi soffocava nei suoi cento chili per un metro e ottanta di altezza. Anche il suo cuore era grande, aiutava sempre chi era in difficoltà ed amava i bambini, aveva comprato lei magliette, pantaloncini, scarpette e sacche da calcio per noi ragazzi quando “IL BOSS” le aveva chiesto se poteva aiutarci, sponsorizzando la nostra squadretta di quartiere. Una gran brava donna, alla fine di ogni pasto ci portava un dolce di nuova creazione e aspettava il nostro giudizio come una scolaretta aspetta il voto per la lezione appena detta. Il nonno mi guardava, poi esprimeva sempre il solito meritato complimento: “ Eccellente!”. Io confermavo e la Lina sorridente tornava canticchiando in cucina a preparare porzioni per i clienti. Eravamo i suoi assaggiatori ufficiali e questo ruolo ci piaceva da matti! La mamma serviva ai tavoli e ogni tanto veniva da noi, ci guardava e scuotendo la testa diceva: “ La Lina vi vizia. Papà per favore non esagerare con i dolci!”. Il nonno sorrideva e continuava imperterrito a mangiare la sua fetta di torta.



NONNA AMELIA


Qualche volta si occupava di me nonna Amelia, la madre di mio padre. Era divertente e piacevole stare con lei perché era sempre allegra, scherzava con me e dopo la scuola mi aiutava a fare i compiti, poi mi portava fuori a fare spese. Amava ballare e stare in compagnia, cucinare e cucire, prima della pensione faceva la sarta ed ancora sbrigava qualche lavoretto per le amiche. Perdeva il suo buon umore solo quando le chiedevo qualcosa sul nonno, che non avevo mai conosciuto. Allora, scura in volto, mi diceva: “ Uccel di bosco, amava la libertà, mio caro Tarquinio, ed io l'ho lasciato volare via!” . Per tanto tempo ho creduto che il nome di mio nonno fosse “uccel di bosco” e se non avessi parlato per caso della cosa con la mamma, penso che avrei continuato a crederlo ancora per parecchio tempo. Ricordo che la mamma scoppiò in una sonora risata, quando le chiesi perché il nonno aveva un nome così buffo. Dopo essersi ripresa, mi raccontò come stavano realmente le cose. Da ragazza nonna Amelia si innamorò perdutamente di un bel ragazzo alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lei pendeva letteralmente dalle sue labbra, desiderava sposarlo e stare con lui per sempre. Giovane ed inesperta, la nonna cadde nella rete del ben tenebroso, che si chiamava Elio, e quando si accorse di aspettare un bimbo felice glielo annunciò. Forse spaventato dalle responsabilità, Elio preferì sparire. Se ne andò molto lontano e non tornò più. Volò via proprio come un uccello. La nonna soffrì molto ma, seppur giovane, si rimboccò le maniche e tra mille difficoltà fece crescere e studiare mio padre, lavorando giorno e notte come sarta. Sapeva cucire molto bene e il lavoro per fortuna non le mancò mai. Non si sposò mai, nonostante fosse una bella donna, ed ora aveva tanti interessi che le riempivano la giornata. E poi c'ero io, il suo adorato nipotino che le faceva sentire vicino il figlio sempre in viaggio per lavoro. Papà adorava sua madre ed ora capivo perché tra loro c'era quel legame così forte e speciale. 

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