IL
NONNO GINO E LA LINA
Questo nome lo dovevo a mio padre e al suo grande amore
per la storia. La mia famiglia, se così si può chiamare, non è mai
stata del tipo tradizionale. Mio padre era un archeologo molto
apprezzato, sempre in viaggio per lavoro, sempre impegnato in
importanti imprese archeologiche all'estero. La mamma invece faceva
la cameriera nella trattoria della Lina dall'età di quindici anni,
da quando cioè aveva deciso di lasciare la scuola. Dopo il
matrimonio avrebbe potuto smettere di lavorare, ma le spiaceva
lasciare la Lina e poi quel lavoro riempiva le sue giornate che,
altrimenti, con mio padre sempre lontano, sarebbero state tristi e
vuote. La Lina era una donnona, tanto grande e grossa quanto dolce e
gentile,più che una datrice di lavoro era come una madre per mia
mamma che non aveva mai potuto godere dell'affetto materno, poiché
mia nonna era morta subito dopo la sua nascita. Così era cresciuta
col mio caro nonno Gino, un uomo che la morte della moglie aveva reso
triste, malinconico e solitario. Era stato capo-reparto in una grande
azienda tessile, il nonno. Tutti gli volevano bene per il suo
carattere disponibile e la sua umanità. Aveva conosciuto la nonna
quando faceva il soldato. Spesso mi raccontava che nei momenti di
libera uscita andava in una latteria vicino alla caserma e, con la
scusa di un buon cappuccino, faceva gli occhi da pesce lesso ad Anna,
bellissima figlia della padrona. Co tempo anche la ragazza aveva
cominciato a rispondere timidamente ai suoi sguardi e sorrisi. Il
primo appuntamento arrivò dopo parecchio tempo e ci volle un po' a
convincere la madre di Anna, diffidente verso chiunque corteggiasse
sua figlia, a lasciarla uscire con lui. Fu un grande amore, si
sposarono e dopo qualche anno di matrimonio Anna annunciò al marito
che aspettava un bambino. Immediatamente il racconto del nonno si
interrompeva a questo punto. Come da copione, si alzava dalla sua
poltrona e mi offriva del gelato o dei biscotti, poi accendeva la
televisione e mi invitava a guardarla con lui. Io ormai lo sapevo e,
zitto, mi sedevo accanto a lui e cercavo di ignorare i suoi occhi
lucidi. Da quando era in pensione il nonno badava a me mentre mamma
lavorava. Viveva con noi e così trascorrevamo molto tempo insieme.
La Domenica si andava a pescare e all'ora di pranzo o cena andavamo
dalla Lina, che aveva riservato un tavolo tutto per noi. Non si era
mai sposata la Lina e credo che la mamma, il nonno ed io eravamo
ormai la sua famiglia. Che abile cuoca era! I suoi clienti abituali
non vedevano l'ora di sedersi a gustare i suoi piatti. Un suo difetto
era quello di non saper valutare la sua forza: così quando ti
stringeva la mano quasi te la stritolava e quando mi abbracciava,
quasi mi soffocava nei suoi cento chili per un metro e ottanta di
altezza. Anche il suo cuore era grande, aiutava sempre chi era in
difficoltà ed amava i bambini, aveva comprato lei magliette,
pantaloncini, scarpette e sacche da calcio per noi ragazzi quando “IL
BOSS” le aveva chiesto se poteva aiutarci, sponsorizzando la nostra
squadretta di quartiere. Una gran brava donna, alla fine di ogni
pasto ci portava un dolce di nuova creazione e aspettava il nostro
giudizio come una scolaretta aspetta il voto per la lezione appena
detta. Il nonno mi guardava, poi esprimeva sempre il solito meritato
complimento: “ Eccellente!”. Io confermavo e la Lina sorridente
tornava canticchiando in cucina a preparare porzioni per i clienti.
Eravamo i suoi assaggiatori ufficiali e questo ruolo ci piaceva da
matti! La mamma serviva ai tavoli e ogni tanto veniva da noi, ci
guardava e scuotendo la testa diceva: “ La Lina vi vizia. Papà
per favore non esagerare con i dolci!”. Il nonno sorrideva e
continuava imperterrito a mangiare la sua fetta di torta.
NONNA
AMELIA
Qualche volta si occupava di me nonna Amelia, la madre
di mio padre. Era divertente e piacevole stare con lei perché era
sempre allegra, scherzava con me e dopo la scuola mi aiutava a fare i
compiti, poi mi portava fuori a fare spese. Amava ballare e stare in
compagnia, cucinare e cucire, prima della pensione faceva la sarta ed
ancora sbrigava qualche lavoretto per le amiche. Perdeva il suo buon
umore solo quando le chiedevo qualcosa sul nonno, che non avevo mai
conosciuto. Allora, scura in volto, mi diceva: “ Uccel di bosco,
amava la libertà, mio caro Tarquinio, ed io l'ho lasciato volare
via!” . Per tanto tempo ho creduto che il nome di mio nonno fosse
“uccel di bosco” e se non avessi parlato per caso della cosa con
la mamma, penso che avrei continuato a crederlo ancora per parecchio
tempo. Ricordo che la mamma scoppiò in una sonora risata, quando le
chiesi perché il nonno aveva un nome così buffo. Dopo essersi
ripresa, mi raccontò come stavano realmente le cose. Da ragazza
nonna Amelia si innamorò perdutamente di un bel ragazzo alto,
biondo, con gli occhi azzurri. Lei pendeva letteralmente dalle sue
labbra, desiderava sposarlo e stare con lui per sempre. Giovane ed
inesperta, la nonna cadde nella rete del ben tenebroso, che si
chiamava Elio, e quando si accorse di aspettare un bimbo felice
glielo annunciò. Forse spaventato dalle responsabilità, Elio
preferì sparire. Se ne andò molto lontano e non tornò più. Volò
via proprio come un uccello. La nonna soffrì molto ma, seppur
giovane, si rimboccò le maniche e tra mille difficoltà fece
crescere e studiare mio padre, lavorando giorno e notte come sarta.
Sapeva cucire molto bene e il lavoro per fortuna non le mancò mai.
Non si sposò mai, nonostante fosse una bella donna, ed ora aveva
tanti interessi che le riempivano la giornata. E poi c'ero io, il suo
adorato nipotino che le faceva sentire vicino il figlio sempre in
viaggio per lavoro. Papà adorava sua madre ed ora capivo perché tra
loro c'era quel legame così forte e speciale.
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