martedì 27 ottobre 2015

Nuovo Racconto a Puntate --- TARQUINIO DETTO "IL PRISCO" (prima parte)


TARQUINIO DETTO "IL PRISCO" 

Tutte le volte la stessa storia: quando dovevo scrivere il mio nome la mano cominciava a sudare, le orecchie mi diventavano rosse e tese, pronte a captare le risatine ironiche o di stupore di chi lo leggeva. Odiavo il mio nome fin da quando ero piccolo, i miei compagni di gioco non riuscivano a pronunciarlo e a scuola qualche volta mi prendevano in giro e lo storpiavano in mille modi: per alcuni ero Tarq, per altri Quinio o Quinn. Ma a metterci una pezza ci pensò la storia o meglio la lezione riguardante i sette Re di Roma. Per un giorno diventai importante, la maestra mi citò dicendo che avevo un nome altisonante, un nome di Re. E da quel giorno, mio malgrado, venni soprannominato "IL PRISCO". In fondo poteva andarmi peggio e beccarmi quello del "Superbo". Nella mia classe quasi tutti avevano un soprannome. Di questo dovevamo ringraziare Marco "IL BOSS" e la sua mania di osservare le persone, trovarne il punto debole ed etichettarle a vita per quella particolarità. Così lui era "IL BOSS" perché si riteneva forte (e lo era davvero). Tutti lo temevano e rispettavano proprio come si fa con un capo. Poi c'era il suo inseparabile amico Roberto detto "LO SPILLO" perché alto e magro, ed ancora Filippo "LO ZOPPETTO" per quel suo modo di camminare dondolante e Sergio "PELO ROSSO", rosso di capelli e focoso di carattere, e Carlo "QUATTROCCHI" per via degli occhiali, e Tonio "PROFUMO" per quel suo modo di arrivare a scuola sempre vestito di tutto punto, lindo e profumato, e Gianni "IL LECCHINO" perennemente attaccato alle gonne della maestra e preparato alla perfezione su ogni lezione. Forse era meglio soprannominarlo "SECCHIA", ma sarebbe stato troppo scontato e al "BOSS" piaceva essere originale. Per me non era riuscito a trovarne uno adatto fino a quella famosa lezione di storia. Da allora divenni TARQUINIO "IL PRISCO". In fondo avere un soprannome non era poi tanto male, perché voleva dire essere considerati amici del "BOSS" e poter giocare a pallone nella sua squadra (era un vero asso sia come giocatore che come allenatore). Per gli altri non c'era scampo: restavano anonimi compagni di classe e basta. 



MARCO "IL BOSS"

Non era cattivo "IL BOSS" e a scuola ci andava volentieri. Seguiva le lezioni con attenzione e per imitarlo ( e non disturbarlo) gli altri compagni stavano zitti e attenti, con grande soddisfazione della maestra, che vantava la classe più disciplinata dell'Istituto. Voleva diventare importante "IL BOSS", andare all'Università, guadagnare tanti soldi e comprarsi una squadra di calcio vera. Questo era il suo sogno! A volte mi prendeva in giro per il mio nome, ma non era mai offensivo, ci scherzava sopra e poi mi dava una pacca sulla spalla e sorridendo mi diceva: "Ma non potevano chiamarti, che so, Francesco o Giuseppe?" e tutto finiva lì.



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