giovedì 1 ottobre 2015

IL MIO BEL CAMERIERE




IL MIO BEL CAMERIERE

La vita a volte ci riserva delle sorprese davvero speciali come quella capitata a me qualche tempo fa . Ero una bambina di dieci anni e giocavo spesso sul balcone della mia casa che si affacciava sulla strada principale. Da qualche tempo, ogni giorno alla stessa ora del pomeriggio, vedevo passare un bel ragazzo, alto, distinto, vestito di tutto punto con la divisa da cameriere. Rimanevo incantata a guardarlo, era così elegante con quel cravattino e quelle scarpe lucide. A poco a poco cominciai ad aspettare il suo passaggio per ammirarlo fasciato in quel bel vestito e con quel cravattino che mi piaceva tantissimo. Non ero abituata a vedere tanta eleganza, il mio papà faceva il giardiniere e tornava dal lavoro sempre sporco, quando si cambiava era si ben vestito ma mai elegante...come lui. Il tempo passava, io crescevo e dal mo balcone vedevo sempre passare il mio bel cameriere. A quindici anni mi resi conto che di quel bel ragazzo bruno non mi piaceva più soltanto la divisa. Doveva avere sui ventidue ventitré anni ed era davvero affascinante, camminava dritto con passo deciso e guardava sempre davanti a se. Cominciai a fare di tutto per farmi notare, ma niente, lui camminava per la sua strada, ignorandomi. Solo una volta, mentre stendevo apposta all'ora del suo passaggio, girò la testa verso di me, mi guardò e mi sorrise, ritornando però subito con lo sguardo sul suo cammino. Tanto bastò per farmi mille castelli in aria e cominciai a sognare il grande amore come solo a quindici anni si può fare. Decisi allora che dovevo parlargli, dovevo capire se gli piacevo. Studiai un piano: quando lui stava per arrivare io sarei andata a buttare la spazzatura, gli avrei tagliato la strada e a quel punto almeno un ciao avrebbe dovuto dirmelo. Era perfetto, attesi il momento giusto e lo misi in atto. Gli tagliai la strada e come previsto lui si fermò, mi guardò e mi fece un sorriso che avrebbe incantato anche la donna più navigata, poi, purtroppo pronunciò le parole che mandarono in fumo tutti i miei sogni. „ Mi spiace tesoro...sono gay!” e con la mano mi mandò un tenero bacio per poi riprendere il suo cammino. Corsi in casa con la morte nel cuore, mi chiusi in camera e cominciai a piangere disperata. Vedevo la mia vita distrutta e giurai che non mi sarei più innamorata, si sa che a quell'età tutti si ingigantisce. Passai molti giorni a disperarmi finché, a poco a poco, ritornai padrona di me stessa. Ripresi a studiare, ad uscire con le amiche e a fare nuove amicizie. Il cameriere era ormai solo un tenero ricordo. A vent'anni incontrai Sebastiano, di dodici anni più grande, un uomo serio, con un buon lavoro, desideroso di farsi una famiglia. Me ne innamorai e dopo due anni di fidanzamento ci sposammo. Passarono gli anni, diventai mamma di Enrico e Stella che a loro volta crebbero, si sposarono e a cinquant'anni mi ritrovai già nonna di quattro nipotini. Insomma una vita movimentata ma tutto sommato normale. Una mattina, come al solito, andai con mio marito al supermercato vicino casa, davanti al negozio, su un muretto vicino ai carrelli notai un uomo visibilmente ubriaco che parlava e rideva da solo, gesticolava e in una mano teneva una bottiglia di vino semivuota. Mi colpì perché era ben vestito e pulito, non come un ubriacone di strada. Non ci feci caso più di tanto ed entrai nel market. Terminata la spesa mio marito si diresse con le borse alla macchina mentre io andai a riporre il carrello. Quell'uomo era ancora lì preda del suo delirio alcolico. Lo guardai, questa volta con più attenzione, incuriosita dal suo aspetto così curato. Improvvisamente lui smise di parlare, mi fissò per qualche istante poi mi sorrise. Il cuore mi balzò in gola...era proprio lui il mio bel cameriere. Rimasi immobile a guardarlo mentre le lacrime rigavano il mio viso. Per un attimo ritornai indietro nel tempo e provai una sensazione strana di tristezza e di vuoto. La voce di mio marito che chiamava dalla macchina mi riportò alla realtà, stavo per andarmene quando sentì una voce alle mie spalle „Luigi...mi chiamo Luigi!” mi voltai e guardandolo con affetto gli risposi: „ Milva...mi chiamo Milva!” Lui sorrise malinconico poi si prese il viso tra le mani e rimase in silenzio. Andai via. In macchina mio marito mi rimproverò „ Ma come mai non arrivavi più, per mettere un carrello tutto sto tempo! E poi non hai visto che c'era un ubriaco, poteva darti fastidio, mi stavo preoccupando...santo cielo!” . „ Non riuscivo ad agganciare il carrello” mentì „ comunque quell'uomo lo conosco...non è cattivo” . „ Invece di bere, visto che è ancora giovane potrebbe lavorare!” replicò lui. Già...magari potrebbe fare il cameriere pensai riuscendo, non so come, a trattenere le lacrime. Non ho più rivisto Luigi ma da quel giorno mi capita spesso, ad una certa ora del pomeriggio di guardare dal mio balcone, la strada, chissà...forse spero di vederlo passare, vestito di tutto punto col suo cravattino e le scarpe lucide mentre deciso e felice va al lavoro come tanto...tanto tempo fa. 

                                                                    FINE



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