domenica 4 ottobre 2015

..Paperella n°13 .. continuazione ...

La tenuta di Ramon era stupenda, un'enorme distesa di alberi da frutto, campi e vigneti. Una strada le passava nel mezzo e portava ad una magnifica casa. Le persone che lavoravano nella proprietà salutavano Ramon con la mano o sventolando il cappello, molto incuriositi dalla mia presenza. Doveva essere un padrone assai benvoluto ed anche ricco, molto ricco, mai avrei immaginato quanto. La casa era grande, piena di oggetti e quadri stupendi appesi alle pareti. I mobili antichi di indubbio valore incutevano quasi timore e testimoniavano la storia di una famiglia molto in vista. La chiamavo casa ma in realtà era una villa e Ramon, dalla morte del padre, ci viveva solo con la servitù. Sua madre dopo il divorzio si trasferì in America col suo nuovo uomo e non tornò più, né in Spagna né da suo figlio. La governante Ines, una donna sulla sessantina piuttosto robusta, lavorava per la famiglia da prima della nascita di Ramon. L'aiutavano il vecchio Antonio, praticamente il tuttofare, e due giovani ragazze, Carmen e Consuelo. Quando venni presentata come la futura signora Martinez, Ines mi squadrò dalla testa ai piedi, limitandosi ad un cenno di saluto con la testa mentre gli altri continuarono a guardarmi, ammutoliti per la sorpresa. Diventai sua moglie un anno dopo il mio arrivo, in un magnifico giorno di Giugno. Fu un matrimonio semplice, celebrato nel giardino di “Casa Esmeralda”, la nostra casa. La festa che seguì la cerimonia durò fino a sera e vi parteciparono alcuni cari amici, tutti i lavoranti di Ramon, Rita e Francesca, mie testimoni, e il caro zio Giorgio che mi portò all'altare. Fu un giorno meraviglioso. Circondati dal calore di coloro che ci volevano bene. C'era voluto del tempo per farmi accettare a “Casa Esmeralda” , guardata con diffidenza un po' per la mia giovane età, un po' per l'essere straniera, ma, piano piano, il mio carattere dolce conquistò anche l'arcigna Ines che cominciò a considerarmi la vera padrona di casa. Salutavo e sorridevo a tutti, mi fermavo a chiacchierare con le persone (ormai parlavo bene lo spagnolo) e col tempo cominciai ad essere molto amata. I lavoranti mi trattavano con gentilezza e rispetto e quando giravo nei campi con Ramon spesso mi regalavano cesti di fiori e frutta o centrini ricamati. Sposare Ramon fu solo una proforma, in realtà per tutti ero già la “senora Maria”. Zio Giorgio durante la festa nuziale mi prese da parte dicendomi: “Sono molto felice per te bambina mia, pensavo avessi fatto la scelta sbagliata, ma sono contento di essermi ricreduto e soprattutto di non averti fermato!” Quanto mi era mancato nei primi tempi di lontananza e quanta nostalgia per la mia casa e le mie cose, ma non dissi nulla, mi limitai a stringerlo forte a me. In Agosto, per l'anniversario della morte dei miei genitori, sarei tornata in Italia con Ramon e avrei rivisto i miei luoghi e riabbracciato i miei ricordi, lo desideravo tanto. Ramon era un uomo ed un marito adorabile, rispettato per essere un padrone giusto e onesto con i suoi lavoranti. Unico suo svago e passione concedersi ogni tanto una cavalcata sul magnifico “Diablo”, un cavallo ricevuto in dono dal padre. Che spettacolo vederlo allontanarsi sul suo destriero con la camicia aperta ed i capelli ricci al vento, felice per quei momenti di stretto contatto con la natura. Io preferivo scrivere, leggere o lavorare a maglia in giardino aspettando il suo rientro. Gli anni trascorrevano sereni allietati dalla nascita di tre stupendi bambini, Enrique, Carmen ed il piccolo Ricardo. Nei nostri viaggi in Italia portavamo anche i nostri figli per far conoscere loro i luoghi della mia infanzia e per salutare il vecchio zio Giorgio. Il destino mi aveva tolto e dato tanto, ma riservava per me un'altra durissima prova destinata a sconvolgere nuovamente la mia vita di donna non ancora trentenne. Il tepore di una bella giornata di primavera mi convinse ad uscire i bambini in giardino. Enrique iniziò subito a palleggiare, il pallone era la sua passione, da grande, come tutti i bambini, voleva fare il calciatore. Carmen si accomodò con fare da signorina al tavolino dove posò i suoi inseparabili colori e l'album bianco sul quale incominciò a disegnare farfalle, fiori e tutto ciò che era simbolo di gioia e vita, perché lei era così, solare, fine nei modi e nel linguaggio a dispetto dei suoi sei anni. Il piccolo Ricardo si coricò sul dondolo e il movimento lo fece addormentare. , sembrava un angioletto bruno, ricciolino e bellissimo, come il papà. Io continuavo a leggere il solito libro che non finiva mai per il poco tempo libero a disposizione, mentre mio marito aiutava il giardiniere a sistemare le aiuole. Un felice ritratto di famiglia in un tranquillo sabato pomeriggio di primavera. Improvvisamente squillò il cellulare di Ramon, era il capo lavorante che gli riferiva di alcune piante da frutto malate. Ramon voleva essere informato su tutto ciò che accadeva sulla sua terra, si interessava di ogni cosa in prima persona, da uomo responsabile e scrupoloso quale era. Perciò decise di andare a controllare la situazione. Non prese la macchina, preferì “Diablo”, una bella cavalcata era per lui un vero toccasana. Prima di andare baciò i bambini, faticando non poco a respingere l'insistenza di Enrique che voleva andare con lui, lo calmò con la promessa di una partita a pallone al suo ritorno. Baciò anche me, sussurrandomi “La notte scorsa è stata bellissima, preparati ad un'altra notte caliente amor!” Diventai rossa per l'imbarazzo. Lo salutai con la mano mentre felice si allontanava a cavallo, non immaginavo che quello sarebbe stato un addio. 

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