La tenuta di Ramon era stupenda, un'enorme distesa di
alberi da frutto, campi e vigneti. Una strada le passava nel mezzo e
portava ad una magnifica casa. Le persone che lavoravano nella
proprietà salutavano Ramon con la mano o sventolando il cappello,
molto incuriositi dalla mia presenza. Doveva essere un padrone assai
benvoluto ed anche ricco, molto ricco, mai avrei immaginato quanto.
La casa era grande, piena di oggetti e quadri stupendi appesi alle
pareti. I mobili antichi di indubbio valore incutevano quasi timore e
testimoniavano la storia di una famiglia molto in vista. La chiamavo
casa ma in realtà era una villa e Ramon, dalla morte del padre, ci
viveva solo con la servitù. Sua madre dopo il divorzio si trasferì
in America col suo nuovo uomo e non tornò più, né in Spagna né da
suo figlio. La governante Ines, una donna sulla sessantina piuttosto
robusta, lavorava per la famiglia da prima della nascita di Ramon.
L'aiutavano il vecchio Antonio, praticamente il tuttofare, e due
giovani ragazze, Carmen e Consuelo. Quando venni presentata come la
futura signora Martinez, Ines mi squadrò dalla testa ai piedi,
limitandosi ad un cenno di saluto con la testa mentre gli altri
continuarono a guardarmi, ammutoliti per la sorpresa. Diventai sua
moglie un anno dopo il mio arrivo, in un magnifico giorno di Giugno.
Fu un matrimonio semplice, celebrato nel giardino di “Casa
Esmeralda”, la nostra casa. La festa che seguì la cerimonia durò
fino a sera e vi parteciparono alcuni cari amici, tutti i lavoranti
di Ramon, Rita e Francesca, mie testimoni, e il caro zio Giorgio che
mi portò all'altare. Fu un giorno meraviglioso. Circondati dal
calore di coloro che ci volevano bene. C'era voluto del tempo per
farmi accettare a “Casa Esmeralda” , guardata con diffidenza un
po' per la mia giovane età, un po' per l'essere straniera, ma, piano
piano, il mio carattere dolce conquistò anche l'arcigna Ines che
cominciò a considerarmi la vera padrona di casa. Salutavo e
sorridevo a tutti, mi fermavo a chiacchierare con le persone (ormai
parlavo bene lo spagnolo) e col tempo cominciai ad essere molto
amata. I lavoranti mi trattavano con gentilezza e rispetto e quando
giravo nei campi con Ramon spesso mi regalavano cesti di fiori e
frutta o centrini ricamati. Sposare Ramon fu solo una proforma, in
realtà per tutti ero già la “senora Maria”. Zio Giorgio durante
la festa nuziale mi prese da parte dicendomi: “Sono molto felice
per te bambina mia, pensavo avessi fatto la scelta sbagliata, ma sono
contento di essermi ricreduto e soprattutto di non averti fermato!”
Quanto mi era mancato nei primi tempi di lontananza e quanta
nostalgia per la mia casa e le mie cose, ma non dissi nulla, mi
limitai a stringerlo forte a me. In Agosto, per l'anniversario della
morte dei miei genitori, sarei tornata in Italia con Ramon e avrei
rivisto i miei luoghi e riabbracciato i miei ricordi, lo desideravo
tanto. Ramon era un uomo ed un marito adorabile, rispettato per
essere un padrone giusto e onesto con i suoi lavoranti. Unico suo
svago e passione concedersi ogni tanto una cavalcata sul magnifico
“Diablo”, un cavallo ricevuto in dono dal padre. Che spettacolo
vederlo allontanarsi sul suo destriero con la camicia aperta ed i
capelli ricci al vento, felice per quei momenti di stretto contatto
con la natura. Io preferivo scrivere, leggere o lavorare a maglia in
giardino aspettando il suo rientro. Gli anni trascorrevano sereni
allietati dalla nascita di tre stupendi bambini, Enrique, Carmen ed
il piccolo Ricardo. Nei nostri viaggi in Italia portavamo anche i
nostri figli per far conoscere loro i luoghi della mia infanzia e per
salutare il vecchio zio Giorgio. Il destino mi aveva tolto e dato
tanto, ma riservava per me un'altra durissima prova destinata a
sconvolgere nuovamente la mia vita di donna non ancora trentenne. Il
tepore di una bella giornata di primavera mi convinse ad uscire i
bambini in giardino. Enrique iniziò subito a palleggiare, il pallone
era la sua passione, da grande, come tutti i bambini, voleva fare il
calciatore. Carmen si accomodò con fare da signorina al tavolino
dove posò i suoi inseparabili colori e l'album bianco sul quale
incominciò a disegnare farfalle, fiori e tutto ciò che era simbolo
di gioia e vita, perché lei era così, solare, fine nei modi e nel
linguaggio a dispetto dei suoi sei anni. Il piccolo Ricardo si coricò
sul dondolo e il movimento lo fece addormentare. , sembrava un
angioletto bruno, ricciolino e bellissimo, come il papà. Io
continuavo a leggere il solito libro che non finiva mai per il poco
tempo libero a disposizione, mentre mio marito aiutava il giardiniere
a sistemare le aiuole. Un felice ritratto di famiglia in un
tranquillo sabato pomeriggio di primavera. Improvvisamente squillò
il cellulare di Ramon, era il capo lavorante che gli riferiva di
alcune piante da frutto malate. Ramon voleva essere informato su
tutto ciò che accadeva sulla sua terra, si interessava di ogni cosa
in prima persona, da uomo responsabile e scrupoloso quale era. Perciò
decise di andare a controllare la situazione. Non prese la macchina,
preferì “Diablo”, una bella cavalcata era per lui un vero
toccasana. Prima di andare baciò i bambini, faticando non poco a
respingere l'insistenza di Enrique che voleva andare con lui, lo
calmò con la promessa di una partita a pallone al suo ritorno. Baciò
anche me, sussurrandomi “La notte scorsa è stata bellissima,
preparati ad un'altra notte caliente amor!” Diventai rossa per
l'imbarazzo. Lo salutai con la mano mentre felice si allontanava a
cavallo, non immaginavo che quello sarebbe stato un addio.
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