MIO
PADRE ROBERTO
Papà stava poco a casa, ma quando tornava dai suoi
viaggi era sempre una festa! Arrivava carico di regali per tutti e
soprattutto per me. Il tempo che correva tra un viaggio e l'altro lo
trascorrevamo sempre insieme. Anche la mamma prendeva qualche giorno
di riposo e per un po' eravamo una vera famiglia. Passeggiate, gite,
giochi e pomeriggi ad ascoltare le avventure che papà aveva vissuto
durante il suo lavoro. Un giorno poi lo dedicava completamente alla
nonna, li lasciavamo soli io e la mamma, liberi di abbracciarsi e
coccolarsi con grande affetto. Era un bell'uomo papà, alto un metro
e ottanta, occhi azzurri, capelli chiari, una barba piuttosto rada ed
un paio di occhiali da professore. Si era laureato col massimo dei
voti in archeologia e subito era entrato a far parte dell' équipe
archeologica di un famoso professore e al suo seguito aveva
cominciato a viaggiare, ma prima aveva voluto sposare mia madre, sua
fidanzata da molti anni. Così dalla Lina si festeggiarono due
avvenimenti, la laurea e il matrimonio dei miei genitori. Papà aveva
conosciuto la mamma proprio alla trattoria della Lina dove, ancora
studente, andava a mangiare quando sua madre rimaneva in negozio per
qualche lavoro extra. Gli era piaciuta subito quella brunetta minuta
dai grandi occhi nocciola. Si chiamava Lucia, aveva modi gentili ed
era molto carina. Credo sia stato amore a prima vista, dato che
cominciò a corteggiarla timidamente e lei contraccambiò subito le
sue attenzioni. Anche a mamma piaceva quel giovanotto educato,
gentile, carino e sempre carico di libri. Iniziarono a frequentarsi e
presto divennero inseparabili. Anche i loro genitori approvarono
senza problemi il loro fidanzamento e dopo la laurea di papà si
sposarono. Mamma sapeva che il lavoro di mio padre lo avrebbe portato
spesso e per lungo tempo lontano da lei, ma accettò la situazione e
sinceramente non l'ho mai sentita lamentarsi. Quando arrivai io papà
era a casa. Fu lui a decidere il mio nome e la mamma, anche se non
era molto entusiasta, non si oppose (purtroppo per me). L'ultima
volta che lo vidi fu sulla soglia di casa intento a caricare sul taxi
le valigie per l'ennesimo viaggio. Ma quello fu l'ultimo e non tornò
più: un incidente aereo lo portò lontano per sempre e distrusse la
vita di ogni persona che lo amava. La mamma non fu più la stessa,
cadde in una profonda depressione e decise di lasciare il lavoro,
nonostante la Lina avesse tentato di tutto per dissuaderla. Da allora
si occupò di me, del nonno e di nonna Amelia a tempo pieno, ma era
sempre triste e credo di non averla vista più sorridere. Nonna
Amelia non ci mise molto a raggiungere suo figlio, il dolore le aveva
minato il cuore e una mattina non si svegliò più. La mamma la trovò
come addormentata mentre tra le mani stringeva la foto di papà. Io
non versai una lacrima, sentivo solo un nodo alla gola che mi
impediva di parlare e per parecchio tempo mi chiusi in un malinconico
mutismo. Né nonno Gino né la mamma riuscivano a sbloccarmi ed erano
molto preoccupati per me. Senza saperlo ci pensò “IL BOSS” a
darmi una mano. Tornato a scuola dopo la morte di mio padre, lui mi
si avvicinò insieme agli altri compagni, mi abbracciò forte e con
la voce rotta dall'emozione mi disse: “Coraggio amico, non sei
solo, noi siamo con te e ti vogliamo bene!” . Poi si spostò e
lasciò che anche SPILLO, PROFUMO, LECCHINO, PELO ROSSO, QUATTROCCHI,
ZOPPETTO e gli altri mi abbracciassero. Fu allora che scoppiai in un
pianto dirotto, mi sbloccai e ripresi a parlare, la prima parola che
dissi fu: “Grazie.” . Sono trascorsi molti anni da allora, ho
continuato gli studi con profitto e mi sono laureato in ingegneria.
Non ho mai avuto problemi economici, anzi, appena maggiorenne, sono
entrato in possesso dell'eredità di papà e della nonna poi, quando
nonno Gino ci ha lasciato, ha voluto nominare me unico erede
lasciandomi, a sorpresa, un buon capitale. Lo stesso fece la Lina
anche lei senza famiglia, nominò me suo erede. Quando mancò fui
convocato da un notaio e mi resi conto quanto quel meraviglioso
donnone volesse bene alla mia famiglia e soprattutto a me. Ero ricco
e buoni investimenti mi resero ancora più ricco, incredibilmente
ricco! “Posso controllare se è tutto a posto?” La voce
dell'avvocato mi riportò alla realtà. “Perfetto, complimenti
Signor Tarquinio, ora lei possiede una squadra di calcio!”. “ Il
Signor Tarquinio” non aveva né riso né commentato la
particolarità del mio nome, anzi era molto ossequioso e come poteva
non esserlo con quello che pagavo! Quando rimasi solo nel mio ufficio
ripensai al “BOSS”. Desiderava tanto studiare, farsi una
posizione, comprarsi una squadra di calcio tutta sua e invece la sua
famiglia ebbe gravi problemi finanziari. Dopo le medie fu costretto
ad andare a lavorare buttando i suoi sogni chissà dove. Ricordo
quando venne da me, disperato per aver perso il lavoro, chiedendomi
umilmente se potevo fargli fare qualche lavoretto. Subito lo assunsi
in una mia azienda e gli diedi un buon posto. Dimostrava molti più
anni e non aveva più niente del baldanzoso ragazzino che tutti
rispettavano. Si vedeva che la vita non era stata generosa con lui.
Non si era mai sposato, era solo come me. Spesso lo invitavo a casa
mia per qualche partita a carte o a dama o anche per guardare le
partite di calcio in televisione. Spesso ricordavamo il passato e la
nostra divenne una grande amicizia, ma forse lo era sempre stata. Da
lui ebbi notizie sui nostri vecchi compagni di scuola che avevo perso
di vista dopo che, rimasto solo con mamma, mi trasferii in un'altra
città. Seppi che Roberto, “LO SPILLO” aveva messo su una bella
pancetta, faceva il meccanico ed aveva tre figli; “LO ZOPPETTO”
era maestro elementare, anche lui si era sposato ed aveva due figli.
Stranezze della vita, ora insegnava proprio nella nostra vecchia
scuola! Sergio, “PELO ROSSO” era partito in cerca di fortuna e
l'aveva trovata in Germania, diventando un noto ristoratore; Carlo,
“QUATTROCCHI” faceva il medico, mentre Tonio “PROFUMO” aveva
aperto un negozio di parrucchiere uomo-donna. Entrambi erano sposati
con un figlio ciascuno. E Gianni “IL LECCHINO”? Di lui si erano
perse le notizie, si era trasferito con la famiglia in Francia e
nessuno aveva saputo più niente di lui. IL BOSS ed io comunque lo
immaginavamo avvocato, dottore o professore, assolutamente single per
non essere distratto da problemi familiari o da libri. Era bello
chiacchierare col “BOSS” e il fatto più divertente è che non ci
chiamavamo per nome, continuavamo ad essere semplicemente “BOSS”
e “PRISCO”. “IL BOSS” sognava una squadra di calcio, io ora
ne possedevo una. Non era una grande squadra, ma aveva ottime
possibilità. In realtà l'avevo comprata per lui, per regalargli un
sogno, l'avrei aiutato economicamente a mantenerla. Poi, appena fosse
stato in grado di gestire da solo la società, gliela avrei ceduta.
Non avevo mai dimenticato il coraggio che mi diede dopo la morte di
mio padre e se ero diventato un uomo importante, lo dovevo anche a
lui. Tarquinio, cinquant'anni e già uomo affermato, tanta
beneficenza per ringraziare di essere stato così fortunato e tanta
solitudine, perché senza gli affetti più cari. Mia madre Lucia era
ancora viva ma stava in un'elegante casa di riposo, necessitava di
continue cure mediche, non viveva più in questa realtà. A malapena
mi riconosceva quando andavo a trovarla e non ricordava neppure il
suo nome. Odiavo il mio nome, ma avrei dato qualsiasi cosa per
tornare ad essere il piccolo Tarquinio “IL PRISCO” , qualsiasi
cosa per rivedere mio padre che sbuca dalla porta pieno di pacchetti
col suo sorriso accattivante mentre grida : “Sono tornato!”,
qualsiasi cosa per rivedere il nonno che pesca, seduto sul suo
sgabello con in mano la canna e lo sguardo malinconico perso
nell'orizzonte. Qualsiasi cosa per rivedere nonna Amelia che gira
tutta infarinata per cucinare mentre, cantando, mi prepara i
biscotti. Qualsiasi cosa per essere stritolato dall'abbraccio della
Lina. Qualsiasi cosa per risentire mia madre strillare al mio rientro
tutto sporco dalla partita di pallone. Qualsiasi cosa per ritornare
ad essere “TARQUINIO IL PRISCO”, anche solo per un po'. Qualsiasi
cosa, qualsiasi cosa....Ma ormai tutto questo è storia, la mia
storia che si perde tristemente tra mille altre storie.
FINE
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