sabato 7 novembre 2015

E IL DESTINO DECISE PER ME (ROMANZO A PUNTATE) - prima parte

“Basta, questa è l'ultima volta che aiuto qualcuno!” Seduta sulla panchina della pineta osservavo il mare, e pensavo...avevo tanta rabbia in corpo che se non fossi stata così timida e riservata avrei tirato un urlo! “I miei risparmi, mi ha succhiato tutto fino all'ultimo centesimo, almeno adesso mi lascerà in pace!” Già ...mio fratello, perennemente nei guai finanziari, si rivolgeva sempre a me per chiedere aiuto ed io non ero mai riuscita a dirgli di no. Quella di essere sempre gentile e disponibile con tutti era una mia grande pecca perché, spesso e volentieri, qualcuno se ne approfittava ed io me ne rendevo conto quando ormai era troppo tardi. Ora la musica doveva cambiare! Avevo lavorato sodo facendo mille lavori: baby sitter, lezioni private (possedevo il diploma magistrale), commessa, impiegata, praticamente a ventitré anni avevo già fatto di tutto. Una parte del guadagno la davo in famiglia e una parte finiva nel mio libretto di risparmio e, con tanti sacrifici, la cifra cominciava ad essere importante. Desideravo tanto fare un bel viaggio in Inghilterra per perfezionare il mio inglese e magari, un giorno, comprarmi un piccolo appartamento per poter essere indipendente. Certo, ci volevano molti soldi, ma la volontà non mancava e presto sarebbe arrivato anche il desiderato posto fisso. Purtroppo il più piccolo dei miei fratelli, quello più viziato perché arrivato a sorpresa quando i nostri genitori avevano già un'età, continuava a dar pensieri. Cambiava scuola di continuo, voleva questo e quello, spendeva e a volte faceva debiti che poi cercava di coprire con l'aiuto di papà e mamma e della brava sorella. A poco a poco il conto scendeva e con esso svanivano anche i miei sogni. Tutte le volte che il fratellino piangeva mi commuovevo e sperando che quella fosse l'ultima cercavo di aiutarlo. Adesso era finita! Sul conto rimanevano pochi spiccioli ed io non sapevo se piangere o ridere della mia stupidità. Il mare che si intravedeva tra i pini era calmo e di un azzurro intenso, le lacrime che mi scendevano sul viso bruciavano come la mia rabbia. Fu nel voltarmi a prendere il fazzoletto dalla borsa che vidi quella ragazzina. Camminava pericolosamente sul bordo di una stradina della pineta sotto la quale c'era un vuoto di un paio di metri: non era certo sicuro camminare in quel modo, ma infondo non era affar mio, i suoi genitori dovevano sgridarla. Feci per alzarmi e andarmene ma lei continuava nella sua camminata pericolosa e poiché nessuno interveniva fu più forte di me e le urlai: “Ehi, ragazzina, togliti di lì, è pericoloso!” Lei alzò il viso, mi guardò e si spostò sulla stradina, con mio grande sollievo, poi si diresse verso di me. Venne a sedersi accanto, silenziosa e triste. Doveva avere sui dodici anni, esile di corporatura, ben vestita con una cascata di capelli biondi che incorniciavano un bel viso pallido e malinconico, illuminato solo da due splendidi occhi azzurri. Sedeva in silenzio e fissava il mare. Non c'era nessuno con lei e a guardarla sembrava più depressa di me. - Ricorda Elisa, non devi più preoccuparti degli altri, pensa a te stessa, alzati e vattene finché sei in tempo! - Questo pensavo tra me, ma quella ragzzina mi inteneriva e non potevo ignorarla. “Giornata triste anche per te, mi pare di capire” le chiesi senza distogliere lo sguardo dal mare. “ Già” rispose. “Mi chiamo Elisa” continuai. “Consuelo”. “Che bel nome, spagnolo mi pare” _ “Si, mio padre è spagnolo, mia madre...era inglese”. Aveva usato il presente e poi il passato parlando della madre, e dai suoi occhi lucidi capii che non c'era più. Rimanemmo in silenzio l'una vicino all'altra. E' strano come due persone che non si sono mai viste prima, improvvisamente incontrandosi, sentono che tra loro c'è qualcosa che le lega, che invisibilmente le unisce, questa fu la mia sensazione e penso anche quella di Consuelo. La ragazzina stava peggio di me e i suoi problemi dovevano essere più gravi dei miei. Ruppi il silenzio: “ A volte parlare con qualcuno dei propri guai può farci sentire meglio.” Lei continuava a fissare il mare, un vento leggero le spostava i capelli sul viso ma rimaneva immobile. Maledizione! Ma che ci facevo io lì? Perché dovevo preoccuparmi per quella piccola sconosciuta? Perché provavo quel senso di tristezza e malinconia che mi impediva di alzare i tacchi e farmi i fatti miei? Perché?. “Mia madre è morta sei mesi fa per una brutta malattia” quasi sussurrò “ ed ora mio padre non sa come occuparsi di me, così vuol mandarmi in collegio, ma io non voglio lasciarlo, voglio restare a casa mia ed occuparmi di lui. Sono grande ormai, so badare a me stessa e non voglio perdere anche il suo affetto, voglio stargli vicino!”. La sua voce era cresciuta di tono, quasi urlava, che pena doveva racchiudere quel piccolo cuore. Ora mi fissava, in silenzio aspettava non so cosa da me ed io, come al solito, mi lasciai coinvolgere. “Ascolta, forse il tuo papà pensa che questa sia la soluzione migliore per te e per lui, ma se non sei d'accordo devi dirglielo, devi chiarire, forse troverete un'altra strada, magari qualcuno potrebbe occuparsi di te mentre lui lavora, una persona con buoni requisiti che lo farebbe sentire tranquillo, perché ti saprebbe in buone mani.” “ Tu ti occuperesti di me?” mi domandò di colpo. “Tesoro io lo farei ma tu non mi conosci, non sai niente di me, e tuo padre non prenderebbe certo in considerazione una incontrata su una panchina della pineta”. Lei incalzò “Tu sei buona, l'ho capito subito, mi piaci, parlerò di te a papà, torna domani qui a quest'ora ed io ti farò sapere com'è andata”. Balzò in piedi, mi sorrise e salutandomi con un “ciao” si mise a correre sparendo tra i pini. Sul bus che mi riportava a casa non facevo che pensare a Consuelo, mi aveva toccato il cuore e il saperla così vulnerabile da confidarsi con la prima sconosciuta che le rivolgeva un po' di attenzione, mi angosciava. Mi sarei occupata volentieri di lei e in cuor mio speravo che suo padre cambiasse idea sul collegio. Dopo cena mi ritirai in camera e nel letto cominciai a ripensare non ai miei guai finanziari ma a quella strana giornata e all'incontro programmato per l'indomani. La mattina aiutai mia madre nei lavori domestici ma non vedevo l'ora che arrivasse il pomeriggio. Era una bella giornata di fine agosto, arrivai all'appuntamento con qualche minuto di ritardo perché la fermata era un po' lontana dalla pineta. Consuelo era già lì, appena mi vide mi corse incontro sorridendo e con una vitalità inaspettata mi prese per mano e mi tirò fino alla panchina. “Elisa” disse “ papà ha ascoltato con attenzione la mia proposta e mi ha promesso di pensarci su, però è curioso di conoscerti e visto che oggi non lavora voglio portarti a casa mia”. Mi guardava con quei due occhioni azzurri e aspettava una mia risposta. Sembrava ci conoscessimo da sempre, era tutto così irreale. “Allora vieni?” incalzò. “Va bene, verrò, spero solo di non disturbare”. “Nessun disturbo” continuò lei “siamo sempre soli io e papà, a parte la vecchia Angela che si occupa della casa e della cucina”. Mi prese di nuovo per mano e ci incamminammo verso una stradina privata costeggiata da parecchie villette molto graziose. Ci fermammo davanti al cancello di una di queste, lei prese dalla tasca le chiavi e lo aprì, lo stesso fece con la porta. Il giardino era stupendo pieno di fiori, in un angolo c'era un dondolo ed un tavolo con delle sedie da esterno. All'interno l'abitazione era molto accogliente, tutto pulito ed in ordine, bei mobili eleganti, tappeti e quadri di buon gusto, tutto perfetto, eppure così freddo. Mi venne da pensare a casa mia, sempre piena di nipoti, fratelli, nuore, con giocattoli dappertutto e caos a non finire, ma quanto calore e vita si sprigionava dalla mia vecchia casa e quanta malinconia si respirava in quella elegante e silenziosa villetta. La voce di Consuelo che chiamava suo padre mi distolse dai miei pensieri, guardai verso la scala che portava al piano superiore e rimasi senza fiato quando lo vidi scendere per raggiungerci. Era un uomo alto dal fisico atletico, i capelli erano neri, lunghi sul collo, la carnagione piuttosto scura faceva risaltare due splendidi occhi chiari, la camicia bianca ed i pantaloni neri eleganti gli davano un tocco di gran classe. “E' un attore!” pensai. “Così bello non può essere che un attore o un modello!”. Mi porse la mano con un sorriso ed io mi sentii così piccola e brutta da dover scomparire. Non ero certo elegante o bella, carina forse, ma niente di speciale. 

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