“Basta,
questa è l'ultima volta che aiuto qualcuno!” Seduta sulla panchina
della pineta osservavo il mare, e pensavo...avevo tanta rabbia in
corpo che se non fossi stata così timida e riservata avrei tirato un
urlo! “I miei risparmi, mi ha succhiato tutto fino all'ultimo
centesimo, almeno adesso mi lascerà in pace!” Già ...mio
fratello, perennemente nei guai finanziari, si rivolgeva sempre a me
per chiedere aiuto ed io non ero mai riuscita a dirgli di no. Quella
di essere sempre gentile e disponibile con tutti era una mia grande
pecca perché, spesso e volentieri, qualcuno se ne approfittava ed io
me ne rendevo conto quando ormai era troppo tardi. Ora la musica
doveva cambiare! Avevo lavorato sodo facendo mille lavori: baby
sitter, lezioni private (possedevo il diploma magistrale), commessa,
impiegata, praticamente a ventitré anni avevo già fatto di tutto.
Una parte del guadagno la davo in famiglia e una parte finiva nel mio
libretto di risparmio e, con tanti sacrifici, la cifra cominciava ad
essere importante. Desideravo tanto fare un bel viaggio in
Inghilterra per perfezionare il mio inglese e magari, un giorno,
comprarmi un piccolo appartamento per poter essere indipendente.
Certo, ci volevano molti soldi, ma la volontà non mancava e presto
sarebbe arrivato anche il desiderato posto fisso. Purtroppo il più
piccolo dei miei fratelli, quello più viziato perché arrivato a
sorpresa quando i nostri genitori avevano già un'età, continuava a
dar pensieri. Cambiava scuola di continuo, voleva questo e quello,
spendeva e a volte faceva debiti che poi cercava di coprire con
l'aiuto di papà e mamma e della brava sorella. A poco a poco il
conto scendeva e con esso svanivano anche i miei sogni. Tutte le
volte che il fratellino piangeva mi commuovevo e sperando che quella
fosse l'ultima cercavo di aiutarlo. Adesso era finita! Sul conto
rimanevano pochi spiccioli ed io non sapevo se piangere o ridere
della mia stupidità. Il mare che si intravedeva tra i pini era calmo
e di un azzurro intenso, le lacrime che mi scendevano sul viso
bruciavano come la mia rabbia. Fu nel voltarmi a prendere il
fazzoletto dalla borsa che vidi quella ragazzina. Camminava
pericolosamente sul bordo di una stradina della pineta sotto la quale
c'era un vuoto di un paio di metri: non era certo sicuro camminare in
quel modo, ma infondo non era affar mio, i suoi genitori dovevano
sgridarla. Feci per alzarmi e andarmene ma lei continuava nella sua
camminata pericolosa e poiché nessuno interveniva fu più forte di
me e le urlai: “Ehi, ragazzina, togliti di lì, è pericoloso!”
Lei alzò il viso, mi guardò e si spostò sulla stradina, con mio
grande sollievo, poi si diresse verso di me. Venne a sedersi accanto,
silenziosa e triste. Doveva avere sui dodici anni, esile di
corporatura, ben vestita con una cascata di capelli biondi che
incorniciavano un bel viso pallido e malinconico, illuminato solo da
due splendidi occhi azzurri. Sedeva in silenzio e fissava il mare.
Non c'era nessuno con lei e a guardarla sembrava più depressa di me.
- Ricorda Elisa, non devi più preoccuparti degli altri, pensa a te
stessa, alzati e vattene finché sei in tempo! - Questo pensavo tra
me, ma quella ragzzina mi inteneriva e non potevo ignorarla.
“Giornata triste anche per te, mi pare di capire” le chiesi senza
distogliere lo sguardo dal mare. “ Già” rispose. “Mi chiamo
Elisa” continuai. “Consuelo”. “Che bel nome, spagnolo mi
pare” _ “Si, mio padre è spagnolo, mia madre...era inglese”.
Aveva usato il presente e poi il passato parlando della madre, e dai
suoi occhi lucidi capii che non c'era più. Rimanemmo in silenzio
l'una vicino all'altra. E' strano come due persone che non si sono
mai viste prima, improvvisamente incontrandosi, sentono che tra loro
c'è qualcosa che le lega, che invisibilmente le unisce, questa fu la
mia sensazione e penso anche quella di Consuelo. La ragazzina stava
peggio di me e i suoi problemi dovevano essere più gravi dei miei.
Ruppi il silenzio: “ A volte parlare con qualcuno dei propri guai
può farci sentire meglio.” Lei continuava a fissare il mare, un
vento leggero le spostava i capelli sul viso ma rimaneva immobile.
Maledizione! Ma che ci facevo io lì? Perché dovevo preoccuparmi per
quella piccola sconosciuta? Perché provavo quel senso di tristezza e
malinconia che mi impediva di alzare i tacchi e farmi i fatti miei?
Perché?. “Mia madre è morta sei mesi fa per una brutta malattia”
quasi sussurrò “ ed ora mio padre non sa come occuparsi di me,
così vuol mandarmi in collegio, ma io non voglio lasciarlo, voglio
restare a casa mia ed occuparmi di lui. Sono grande ormai, so badare
a me stessa e non voglio perdere anche il suo affetto, voglio stargli
vicino!”. La sua voce era cresciuta di tono, quasi urlava, che pena
doveva racchiudere quel piccolo cuore. Ora mi fissava, in silenzio
aspettava non so cosa da me ed io, come al solito, mi lasciai
coinvolgere. “Ascolta, forse il tuo papà pensa che questa sia la
soluzione migliore per te e per lui, ma se non sei d'accordo devi
dirglielo, devi chiarire, forse troverete un'altra strada, magari
qualcuno potrebbe occuparsi di te mentre lui lavora, una persona con
buoni requisiti che lo farebbe sentire tranquillo, perché ti
saprebbe in buone mani.” “ Tu ti occuperesti di me?” mi
domandò di colpo. “Tesoro io lo farei ma tu non mi conosci, non
sai niente di me, e tuo padre non prenderebbe certo in considerazione
una incontrata su una panchina della pineta”. Lei incalzò “Tu
sei buona, l'ho capito subito, mi piaci, parlerò di te a papà,
torna domani qui a quest'ora ed io ti farò sapere com'è andata”.
Balzò in piedi, mi sorrise e salutandomi con un “ciao” si mise a
correre sparendo tra i pini. Sul bus che mi riportava a casa non
facevo che pensare a Consuelo, mi aveva toccato il cuore e il saperla
così vulnerabile da confidarsi con la prima sconosciuta che le
rivolgeva un po' di attenzione, mi angosciava. Mi sarei occupata
volentieri di lei e in cuor mio speravo che suo padre cambiasse idea
sul collegio. Dopo cena mi ritirai in camera e nel letto cominciai a
ripensare non ai miei guai finanziari ma a quella strana giornata e
all'incontro programmato per l'indomani. La mattina aiutai mia madre
nei lavori domestici ma non vedevo l'ora che arrivasse il pomeriggio.
Era una bella giornata di fine agosto, arrivai all'appuntamento con
qualche minuto di ritardo perché la fermata era un po' lontana dalla
pineta. Consuelo era già lì, appena mi vide mi corse incontro
sorridendo e con una vitalità inaspettata mi prese per mano e mi
tirò fino alla panchina. “Elisa” disse “ papà ha ascoltato
con attenzione la mia proposta e mi ha promesso di pensarci su, però
è curioso di conoscerti e visto che oggi non lavora voglio portarti
a casa mia”. Mi guardava con quei due occhioni azzurri e aspettava
una mia risposta. Sembrava ci conoscessimo da sempre, era tutto così
irreale. “Allora vieni?” incalzò. “Va bene, verrò, spero solo
di non disturbare”. “Nessun disturbo” continuò lei “siamo
sempre soli io e papà, a parte la vecchia Angela che si occupa della
casa e della cucina”. Mi prese di nuovo per mano e ci incamminammo
verso una stradina privata costeggiata da parecchie villette molto
graziose. Ci fermammo davanti al cancello di una di queste, lei prese
dalla tasca le chiavi e lo aprì, lo stesso fece con la porta. Il
giardino era stupendo pieno di fiori, in un angolo c'era un dondolo
ed un tavolo con delle sedie da esterno. All'interno l'abitazione era
molto accogliente, tutto pulito ed in ordine, bei mobili eleganti,
tappeti e quadri di buon gusto, tutto perfetto, eppure così freddo.
Mi venne da pensare a casa mia, sempre piena di nipoti, fratelli,
nuore, con giocattoli dappertutto e caos a non finire, ma quanto
calore e vita si sprigionava dalla mia vecchia casa e quanta
malinconia si respirava in quella elegante e silenziosa villetta. La
voce di Consuelo che chiamava suo padre mi distolse dai miei
pensieri, guardai verso la scala che portava al piano superiore e
rimasi senza fiato quando lo vidi scendere per raggiungerci. Era un
uomo alto dal fisico atletico, i capelli erano neri, lunghi sul
collo, la carnagione piuttosto scura faceva risaltare due splendidi
occhi chiari, la camicia bianca ed i pantaloni neri eleganti gli
davano un tocco di gran classe. “E' un attore!” pensai. “Così
bello non può essere che un attore o un modello!”. Mi porse la
mano con un sorriso ed io mi sentii così piccola e brutta da dover
scomparire. Non ero certo elegante o bella, carina forse, ma niente
di speciale.
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